FebbreQ: una patologia "silente" - Giorgio Valla

Si tratta di una malattia dei ruminanti causata da Coxiella burnetii, un piccolo batterio che è in grado di infettare anche l’uomo e di sopravvivere per lunghi periodi di tempo nell’ambiente.

Perché gli allevatori e i veterinari italiani dovrebbero occuparsi di Febbre Q? Prima di tutto perché una zoonosi: dal 2007 al 2011, nei Paesi Bassi sono stati segnalati più di 4.000 casi di Febbre Q nell’uomo e molti altri casi sono stati segnalati anche in altri Paesi come la Francia, a conferma del fatto che la malattia potrebbe diventare un serio problema in Europa.

In secondo luogo perché l’infezione è molto frequente nell’allevamento della bovina da latte: oltre il 50% degli allevamenti italiani è positivo per Coxiella burnetii e l’infezione è correlata a perdite di gravidanza, aborto e riduzione delle prestazioni riproduttive. In particolare, Coxiella burnetii è anche un fattore di rischio per metrite e endometrite. Infine perché in molti Paesi europei è disponibile un vaccino sicuro ed efficace.

Un batterio, due forme  

Coxiella burnetii appartiene all’ordine delle Legionelle e, così come accade per l’uomo, l’inalazione di aerosol contaminati contenenti batteri provenienti da prodotti del parto e/o dell’aborto come feto e placenta, fluidi vaginali, urine e feci, rappresenta la principale via di infezione nei bovini. I macrofagi e i monociti, cellule fondamentali per la risposta immunitaria, sono le cellule preferite per la replicazione di Coxiella burnetii. Dopo la sua penetrazione, Coxiella burnetii si moltiplica in queste cellule e attraverso il flusso sanguigno raggiunge vari tessuti dell’organismo, compreso il tratto riproduttivo.

Coxiella burnetii, pur essendo a tutti gli effetti un batterio, si comporta come un virus in quanto per moltiplicarsi deve necessariamente infettare le cellule e nella cellula ospite si possono evidenziare due forme principali Coxiella burnetii che sono morfologicamente e metabolicamente differenti: le cellule cosiddette LCV (Large Cell Variant) e le Cellule SCV (Small Cell Variant).

Le cellule LCV non sono coinvolte nella trasmissione tra individui, ma intervengono nella disseminazione del batterio nell’organismo. Al contrario le cellule SCV rappresentano la forma di sopravvivenza esterna alle cellule e all’organismo di Coxiella burnetii. Questa forma è in grado di resistere nell’ambiente esterno e può trasformarsi in contagiosa dopo riattivazione metabolica una volta inalata dagli animali o dall’uomo. Esistono inoltre le cosiddette piccole cellule dense o SDC (Small Dense Cells).

Le caratteristiche di resistenza di Coxiella burnetii sono riportate nello schema 1. La dose infettante nell’uomo è stata stimata in circa 10 batteri. Questa dose sembra sia sufficiente a causare un’infezione, ma studi recenti indicano che durante gli episodi epidemici che si sono verificati nell’uomo è stata rilevata comunque una quantità elevata di batteri nell’ambiente correlata all’elevata eliminazione batterica da parte dei ruminanti infetti.

L’infezione

Coxiella burnetii può infettare tutti i ruminanti domestici e selvatici e una vasta gamma di ospiti sensibili, compresi gli animali domestici, i roditori, i mammiferi selvatici e persino specie non mammifere come uccelli domestici e selvatici, rettili e zecche.

Coxiella burnetii viene escreta dai ruminanti principalmente attraverso i prodotti del parto (placenta e membrane fetali, ma può anche essere presente in grande quantità nel muco vaginale, in particolare dopo il parto o dopo l’aborto), nel latte, nelle feci e nelle urine. Coxiella burnetii può anche essere rilevata nello sperma.
Di norma, il batterio può essere eliminato contemporaneamente attraverso differenti vie di escrezione.

Nella valutazione delle caratteristiche dell’escrezione di Coxiella burnetii devono essere presi in considerazione tre punti fondamentali:

  • di norma le vacche escretrici sono siero logicamente positive, ma in alcuni casi sono presenti bovine escretrici ma siero logicamente negative soprattutto all’inizio di un episodio epidemico;
  • le zecche e altri artropodi possono essere infettati da Coxiella burnetii e possono svolgere un ruolo importante nel mantenimento dell’infezione negli animali selvatici;
  • polvere contenente Coxiella burnetii può essere trasportata a lunga distanza soprattutto durante i periodi di siccità e ventosi.

L’inalazione di aerosol contaminati contenenti batteri, come i prodotti del parto delle bovi- ne infette, rappresenta la principale via di infezione nei bovini.
L’ingestione di cibo contaminato da membrane fetali infette e fluidi amniotici è un’altra modalità di infezione negli animali; tuttavia, in questi casi si verifica anche la concomitante inala- zione di grandi quantità di batteri. Quindi il controllo dell’infezione deve iniziare dall’area del parto, perché i rischi di trasmissione sono più importanti in questo dato momento.

Malattia professionale

Una delle caratteristiche peculiari della Febbre Q nell’uomo è la sua variabilità clinica. Il quadro clinico è spesso asintomatico e ciò ne complica la diagnosi. Quindi, la prevalenza reale della Febbre Q nell’uomo non è perfettamente conosciuta. L’infezione primaria si verifica in seguito al contatto tra un individuo non immune e Coxiella burnetii. Dopo 2-3 settimane di incubazione, nel 60% dei casi l’infezione primaria decorre in modo asintomatico.

In circa il 40% dei casi il quadro clinico più frequentemente rilevato è una sindrome simi influenzale che regredisce spontaneamente dopo alcune settimane.

In circa il 4% dei pazienti, l’ospedalizzazione è richiesta in base alla gravità dei sintomi osservati come epatite, polmonite o meningoencefalite. In alcuni casi la risposta immunitaria non è in grado di controllare l’infezione e l’infezione può evolvere in forma cronica.

I principali sintomi che caratterizzano la forma cronica sono l’infezione vascolare/endocardite correlata al danno del sistema valvolare e una così definita “sindrome da stanchezza cronica”.
Coxiella burnetii può essere inoltre associata ad aborto, morte fetale e parto prematuro nella donna (vedi schema 4).

Le categorie più a rischio di infezione sono quelle con chi lavora a contatto con gli animali e con i ruminanti in particolare gli allevatori, i veterinari e i lavoratori dei macelli.

Nell’uomo, il trattamento dell’infezione acuta da Febbre Q comporta un trattamento antibiotico a lungo termine (non inferiore a 60 giorni di trattamento) e la doxiciclina è considerato essere il farmaco di prima scelta. Al momento non sono disponibili vaccini contro Coxiella burnetii in Europa e negli Stati Uniti, mentre un vaccino inattivato è disponibile solo in Australia.

L’epidemia olandese

Dalla fine del 2007, i Paesi Bassi hanno dovuto affrontare una grave epidemia di Febbre Q umana. A fronte di meno di 200 casi rilevati nel 2007, che costituiva la “normale” incidenza della malattia, solo nel 2009 sono stati segnalati più di 2.300 nuovi casi di Febbre Q. Il 60% di questi casi era asintomatico e in più del 20% circa dei casi si è reso necessario il ricovero prevalentemente a causa della presenza di polmonite nei pazienti colpiti.

In tutti i casi è stato osservato che nelle vicinanze delle aree nelle quali è stata osservata l’infezione nell’uomo erano presenti piccoli o grandi allevamenti di ruminanti, principalmente allevamenti di capre, che erano stati colpiti in passato da ondate di aborti.

Nel febbraio del 2009 sono stati implementati diversi interventi che hanno previsto misure obbligatorie di protezione della salute, compresa la vaccinazione obbligatoria dei piccoli ruminanti e, in alcuni casi, anche l’abbattimento di capre infette. In totale, oltre 3.500 persone sono state contagiate, oltre 50.000 capre e pecore sono state abbattute. In seguito alle misure adottate, il numero di nuovi casi è stato ridotto a partire dal 2010 e ora il numero di casi è stato riportato un’incidenza “normale” come meno di 150 casi all’anno (vedi schema 5).

Ritorna all'inizio